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Vermeer, La lattaia
1660-61. Amsterdam, Rijksmuseum

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ULISSE È TORNATO
«Perché non s'uccide il meschino che si è spogliato di ogni gioia?»
Chrétien de Troyes, Ivano o il Cavaliere del Leone, XII secolo
Ulisse si tolse il cappello.
Rimase sulla soglia senza entrare, guardando Argo fisso per un minuto, forse due, forse un'ora.
Erano trascorsi nove anni dalla sua partenza.
Morto Pericle, Atene perduta.
Anche Cesare il Romano era morto. Petronio viveva più di altri il tempo migliore, invitando ricchi e liberti ai banchetti regali nei triclini segreti di Nerone.
Ma l'impero, quello che Augusto aveva intonacato di pece e di gloria, annegava nel vino e nel sangue. Al confine i Vandali già facevano rumore.
Ed ora che Ulisse era ritornato, anche soltanto una distrazione avrebbe potuto cancellare di colpo tutti quegli anni, quasi fossero settimane, giorni bruciati al vento di avventure e passioni.
Nessuna guerra, nessun esercito da comporre o sommossa da sedare. Messi via i sogni, i viaggi e le armi, Ulisse cercava di trattenere i ricordi del cuore, lasciando che qualche pensiero affiorasse di tanto in tanto sulle labbra, sicuro di non disperderlo alle offese altrui.
Fermo lì, sulla soglia dell'Ufficio Reclami, in quel primo incontro con Argo, Ulisse si tolse il cappello, si morse le labbra ed assaporò proprio uno di quei ricordi involontari, che gli bastò in un minuto a risvegliare altri ricordi scoloriti, levandoli ad uno a uno dagli archivi sepolti di una memoria obliata e spenta.
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Le immagini dello sfinimento, dono ultimo di una consolazione clandestina nutrita lontano dalla patria, s'incollarono come per magia sulla sua fronte, componendovi un cerchio rosso, fuoco di energie profuse in guerra, degli amori strappati alla fatica, segno irriverente delle tante avventure trascorse lontano dagli idoli di Itaca.
Ad un certo punto il suo sguardo incrociò quello di Nicomaco Esegeta, seduto al tavolo di lavoro, affaccendato nel recupero di alcuni reclami smarriti. Questi lo guardò fisso, penetrandolo più d'ogni spada nemica, tanto da congelargli le palpebre, lui rimasto lì sulla soglia, stupito, attonito.
L'impiegato lo riconobbe al primo istante. Tuttavia, prese tempo. Fece finta di chiudere qualche fascicolo, ne aprì un altro, annotò qualche appunto sul diario, riordinò il pallottoliere.
Argo lo guardava dal basso, sbavando qualche goccia di sconcerto misto a incertezza ed impazienza. Sembrava un arbitro silenzioso tra Ulisse pentito e l'incredulo Nicandro Esegeta, arrovellatosi lui in tutti quegli anni tra la memoria di un rovinoso distacco e la speranza di un insperato ritorno.
Ulisse avanzò verso la scrivania, posò il cappello sullo attaccapanni alla sua destra, senza nemmeno voltarsi, sicuro di ritrovarlo lì, dopo tanto tempo, dove bambino si divertiva a lanciare le manichette di legno di nonno Echione. Poi disse: «Sono tornato».
Argo restò a rimuginare nella sua mente quelle parole e quella voce lontana. Non voleva crederci. Non poteva crederci. Ma era proprio lui, Ulisse. Non lo aveva riconosciuto. Quasi voleva fuggire, abbaiargli contro o mordere una caviglia a quell'uomo che tanto gli ricordava il suo padrone.
Il desiderio, accresciutosi nel tempo, ormai caricava il ricordo della persona desiderata di connotati irreali, distanti dal primo Ulisse, tanto sorprendenti adesso nel restituirgli un uomo diverso, più goffo, piegato da Circe, dai mari e dalle bufere dell'istinto.
Ma un dubbio ora assaliva Argo, lui, povero cerbero, abituato a contar da giovane le pecore sulla costa meridionale della lontana Itaca. Ricordava che il suo padrone aveva la barba, le basette lunghe e le sopracciglia folte. Nero, nerissimo di pelle come Aliab l'Algerino, il venditore di pesce all'agorà del sabato. Quella sera si ritrovò invece lì davanti un tizio davvero strano, pelato e disperato d'aver rimesso piede a terra.
Eppure, Argo ritenne ad un tratto di sbagliarsi, pensando che forse Ulisse era calvo, sì proprio calvo, abituato com'era a vederlo andar per spiagge con l'occhialino azzurro sul naso ed il sole coricato sul suo cranio di pelle battuta.
Ulisse rimase in piedi davanti al tavolo, con le mani in tasca e l'impermeabile grigio. Sembrava Humphrey Bogart.
Nicandro Esegeta, quasi a svegliarsi da uno stato di torpore ruffiano, si alzò dalla scrivania, avanzò verso di lui lento, gli si accostò e, fissandolo ancora negli occhi, esordì tutto d'un colpo:
«Ue' cumpà! Songhe passate nove anne e mmo' te 'ricuorde e papà e mammà? Ponne cagna' i tiempe e i malamure ma o' cane nun se scorda do padrone! Argo sta chiagnenno lagreme e ancora nun ce può penzà. Ma sì proprio tu? Statte pure cu' meco, vieni acca'!
Dimme, cumme staje? Ti si' sciupato commo na' alicella fina fina. Ma addò si stato tutto sto tiempo alluntane ra a casa?»
«Non è stato facile» rispose Ulisse, aprendo l'impermeabile bagnato.
In realtà, sembrava non fosse mai partito.
Il suo sguardo, i suoi movimenti, le sue cose erano rimaste a casa per tutti quei lunghi nove anni. Ora, vederli prender vita nei gesti e nelle sue parole sembrava tutto d'un colpo di poter godere del ritrovo di un tesoro perduto e del suo doppio inatteso.
Nicandro Esegeta lo invitò a sedere. Ulisse non volle. Temeva di bagnare tutto con acqua, fango e cenere.
C'era buio tutt'intorno.
Soltanto le luci del tram di tanto in tanto penetravano le lastre bagnate del finestrone. Itaca era un'altra cosa.
Argo comprese la nostalgia di quell'uomo misterioso e riprese a scodinzolare. Adesso gli sembrava lui, il suo padrone Ulisse. Gli parve inoltre d'intravedere il manico del camiciotto e sembrava potesse afferrare il polso del padrone, come faceva da cucciolo per gioco, quel polsino sempre ripiegato due volte, per lasciar spazio alla cinghia dell'orologio troppo stretta.
Il vecchio impiegato lo pregò ancora di sedere, chiedendogli se voleva che facesse un caffè. Alzò la cornetta del telefono per chiamare l'altro nipote, Ivano. Aggiunse:
«Mo' ti faccio vedere! Ivano addà venì ampresso ampresso… Chesta è 'na giornata 'e sole!»
Fuori pioveva, Pozzuoli taceva.
Ulisse acconsentì, si tolse l'impermeabile e cominciò ad accarezzare con dolcezza il suo cane, cantandogli qualche veccia cantilena, un ritornello che un marinaio di Corfù gli aveva insegnato a bordo al ritorno da Alicante.
Argo cominciava a capire, a ricordare, ad intuire chi davvero potesse essere quell'uomo tanto affettuoso, piovuto giù dal tram delle 19.
Poi Ulisse riprese, rivolto allo zio: «Come va il Milan? So che qui a Napoli le cose non vanno tanto bene, è vero?»
Invero, proprio quella sera, al San Paolo, i napoletani avrebbero accolto la squadra lombarda per una partita amichevole a favore dei telegrafisti in pensione.
Ma Nicandro Esegeta non voleva saperne.
Le ultime delusioni, le scelte del presidente, le ultime giornate, giocate a malavoglia, non lo convincevano affatto. Non ebbe il coraggio di dirgli della sua conversione alla Fiorentina: avrebbe potuto ferire Ulisse più di quanto Penelope avesse potuto fare se l'avesse tradito. Biascicò pertanto qualche parola insignificante, tentando di non affrontare il discorso. Temeva di urtare la sensibilità del suo parente - utente, rischiando di indurlo a ripartire.
Si levò dunque per preparare il caffè ed Ulisse non fece nemmeno caso al suo tergiversare, già pensando ad un probabile pernottamento nella dependance della villa Flavia. Ne approfittò anzi per chiedergli se fosse possibile andare alla toilette per asciugarsi i panni bagnati e levare le scarpe annacquate.
Tra carte sudicie, le bussole disorientate ed i polsini d'orologio troppo stretti, si palesò il primo vero problema del ritorno: lì, in ufficio, non c'era la toilette.
Un séparé a canne di bambù intrecciate era giusto di mezzo tra il tavolo ed un piccolo lavabo. Nient'altro nella stanza, eccetto le due sedie davanti al tavolo, lo attaccapanni ed un piccolo fornello elettrico con moka caffè.
Ulisse si accontentò delle ciabatte di pezza dello zio.
Strette, ma asciutte.
E mentre Nicandro Esegeta riponeva le tazzine nel vassoio di cartapesta che gli aveva regalato la sorella, Ulisse raccolse l'impermeabile sull'altra sedia, tolse le scarpe, si sbottonò la camicia, levò la cravatta. Argo gli si gettò ai piedi.
Dall'odore lo riconobbe, aspirando ogni possibile dubbio.
Era lui, proprio lui, il suo "odorato" padrone.
Giuseppe Falanga
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