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Hippolyte Flandrin, Giovane seduto
1835-1836, Museo del Louvre, Parigi

Il pittore francese Hippolyte Flandrin, nato nel 1809, giunge a Roma nel 1832 per perfezionare gli studi artistici a Villa Medici. Nel mito della grecità, mediato in quello della romanità, l’artista s’avvince e si perde. 
Allievo di Ingres, Flandrin è tra gli eredi più intransigenti della maniera idealizzante, fedele com’è nel rielaborare i principi pittorici dell’estetica neoclassica, scegliendo per le sue opere soggetti canonici tratti dal vasto repertorio biblico e mitologico, curandone con attenzione, dunque essenzializzandone, i dettagli iconografici.
Quel Giovane seduto, ripiegato su se stesso, immerso nella luce solare, non apporta novità alcuna se non nell’anticipare visioni simboliche, ancora erudite, depuratrici di una tradizione ottocentesca che alla fine del secolo si ritroverà infarcita di citazioni letterarie. 

Di fatto, nel dipinto di Flandrin la citazione colta è già muta, resa implicita alla visione, velata nello svelarsi di quel corpo superbo e, semmai sia possibile avanzare riferimenti compositivi ad altre opere, questi vanno perlopiù diretti all’Edipo e la Sfinge di Ingres, ma anche al Patroclo di David, sebbene di quest’ultimo il nostro pittore raggeli la vis tragica per condensarne il valore formale e dar vita ad un modello archetipo che sia fuori dallo spazio e dal tempo. Qual è dunque il significato del dipinto?
Il pittore esibisce l’immagine apparente, tangibile, di una sopraffazione in fieri dell’ideale sul reale e dà saggio di virtuosismo, offre un pezzo di bravura che mostra, insomma, il bello in sé, quale modello perfetto. Un esercizio di anatomia che dice più di quanto si possa immaginare. 
Si guardi del resto il paesaggio: un mare, una scogliera ed un cielo indefiniti, richiami essenziali alla costa balcanica, alla terra che ha partorito il mito di Apollo, l’ideale della perfezione apollinea. 
Se classico è il nudo, romantica però è la sua posa. 
Il pensiero riflettente si fa decadente; la meditazione e la solitudine eccelse esasperano la concentrazione delle forze, che scivolano sull’arco del torso curvato. 
A noi, fermi sul baratro della storia, resta il ritratto di una morte a lungo meditata, quella dell’arte. 

Giuseppe Falanga

 
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