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Paul Cézanne, Frutta con gerani
1886 ca., Metropolitan Museum of Art of New York

Così il pittore francese Paul Cézanne scriveva a Camille Pissarro, anche lui pittore, in una lettera dell’aprile 1876 scritta ad Aix: «Da noi c’è stato tanto gelo che tutta la frutta e i vigneti sono perduti. Vedete che vantaggio ha l’arte: la pittura resta».
Osservazioni simili, schiette, aggiunte a spunti sparsi di una teoria dell’arte tesa a “solidificare l’Impressionismo”, trovano felice applicazione nella tela della Frutta con gerani. Su di un tavolo c’è un vaso con gerani, una tovaglia. Su di essa, vanno per gruppi arroccandosi tante mele o forse aranci o pesche. Lo sfondo: anonimo colore, su una parete indistinta, calata come un sipario quasi a separare le quinte del mondo caotico da quel palco su cui va esibendosi tanta divina indifferenza. 

Quelle mele, nuclei di colore, tratte dalla natura e fatte monadi senza tempo con l’equilibrio delle masse meditate e dei volumi riempiti a giusta distanza. Sulla tovaglia bianca s’estende casuale il piano delle esposizioni, ricoperto di soggettivo umore, puntellato di segni pesanti come concetti, oggetti teorici, eppure non geometrici; oggetti comuni, eppure non banali, ritratti con stile ‘eloquente’, eppure non stilizzati, deposti come sono, quegli oggetti di natura, alla rinfusa, mele d’ogni giorno, sì calcolate in fantasia e proporzione come statue classiche, senza che distinzione alcuna di colore e disegno disturbi la loro posa. Il tratto è nervoso, registra l’ansia del fuggevole presente, ma trova nella fatica del tenergli dietro la sua conca d’armonia, l’attimo d’eterno che dà pace. 
Le mele di Cézanne non registrano di fatto percezioni sensibili, ma s’espongono come dati intelligibili. Kantianamente: non rivelano il fenomeno, ma attestano il noumeno, perché sono esse stesse “oggetti pensati”. E di fatto appaiono velate di pensiero, aggravate da quel surplus di soggettivo che tuttavia non le guasta, anzi le rende eterne, raccogliendole in un’aura ideale al riparo dalla precarietà cui sono esposte in natura. Come dire: dalla mela bacata del Caravaggio alle mele del Cézanne di tempo ne è passato, ma a queste il tempo non sembra portar via nulla, immuni come sono in quel campo di tela sotto lo sguardo creatore dell’artista e lo sguardo ricreatore di noi oggi che ancora le osserviamo. 
Cézanne precursore del cubismo? Certamente. Ma con lui può dirsi già aperta anche la via all’astrazione, percorsa con successo agli inizi del Novecento da Klee e Kandinsky. Per il momento, l’arte moderna ha il suo pioniere e tanto le basta affinché il processo mimetico della pittura transiti verso nuove modalità di acquisizione del reale, privilegiando una lettura del mondo che ponga evidenziatura a cose, fossero pure delle mele, appena ‘assaporate’ dai sensi, ma subito fatte oggetto di analisi e di ‘cognitiva digestione’ da parte dell’intelletto. L’illusione dell’arte non muore, perché ancora di essa c’è bisogno contro l’inquietudine del vivere che permane. Cézanne nella sua ultima lettera al figlio, nel 1906: «Tutto passa con una rapidità terribile».

Giuseppe Falanga

 
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